Conclusione blog

martedì 13 aprile 2010

Sono stati 22 giorni assai stimolanti, ho letto 22 libri (5235 pagine) e prodotto una ventina di tentativi di poesia.

Ho rimesso il baricentro dove andava posto. Più lucido, più risoluto, oltre a meravigliose visioni grazie ai testi affrontati.
Ritornato in me, dovrei dire. Il percorso è appena all'inizio, ma sono felice del mio nuovo approccio. 
Leggere in maniera così coatta mi ha fatto venire delle ottime idee e ora proverò a metterle a frutto. 

Ho inviato qualche decina di curriculum e qualcosa si sta muovendo, sembra. Colloqui, telefonate, ecc. 
La lettura per me continuerà, non tuttavia con questi ritmi (devo dedicare tempo alle idee di cui sopra). 

Chi volesse inviarmi il suo libro in lettura non esiti a farlo, credo che verosimilmente leggerò da ora in poi circa due tre libri alla settimana, non di più. E li recensirò non più qui, ma nel nostro caro Sul Romanzo.
Vi ringrazio per l'affetto e l'attenzione che mi avete donato in questo periodo non certo semplice per me, mi auguro che abbiate modo ancora di apprezzare quanto farò assieme a tutti gli altri collaboratori nel blog Sul Romanzo.

Per qualsiasi informazione: sulromanzo@libero.it




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“Diario di scuola” di Daniel Pennac

lunedì 12 aprile 2010

Di Morgan Palmas

L’aggettivo per “Diario di scuola” di Daniel Pennac: emozionale.
Pagine 241, Feltrinelli

Una dichiarazione subito amara: “Il fatto è che io andavo male a scuola e da questo lei non si è mai più ripresa”. Lei corrisponde alla madre, la quale ha sempre visto il figlio un po’ inadatto alla scuola e, di conseguenza, alla vita. I voti erano il più delle volte inquietanti, se non ultimo, penultimo. Un anno intero a comprendere il significato della prima lettera dell’alfabeto, per non parlare dell’ultimo anno delle superiori, ovviamente ripetuto.
Daniel spiega al fratello Bernard l’intenzione di scrivere un libro sulla scuola, in particolare “la sofferenza condivisa del somaro, dei genitori e degli insegnanti”, così gli chiede di ricordargli qualche evento. Dopo alcune rimembranze, la domanda è per quale ragione lui fosse somaro, nonostante una famiglia attenta all’educazione e a quanto sembrava avesse prodotto risultati proficui nel fratello Bernard. La chiave non fu di natura famigliare, ma il senso della paura che a suo tempo lo aveva colpito di continuo. Ed ecco il desiderio di formare una banda, la quale potesse ricevere la stima che il povero somaro non viveva mai.
Ne nasce una serie di ricordi che portano il protagonista a interrogarsi sul ruolo del genitore e dell’insegnante.
Da somaro a professore, da analfabeta a romanziere, il quesito è chiaro: “Come sono diventato?”
Pennac racconta del suo professore di francese, la vera salvezza: lo esonerò per una serie di motivi dai temi e gli commissionò un romanzo. Le parole e i libri iniziarono ad entrare nella vita di colui che divenne poi un celebre romanziere.
Un somaro si sente dire spesso dai genitori e dagli insegnanti: “Ma allora tu lo fai apposta!”, una sorta di indice teso. Allora comprendere la paura di chi è accusato o le pretese diventa un argomento serissimo, inizio di molte riflessioni a seconda del punto di vista.

“Diario di scuola” di Pennac è un ritorno agli anni scolastici, un salto nel tempo che riesce a sistemare vecchi cassetti pregni di gioie, delusioni, speranze. Categorie sulle quali riflettere non è mai tardi, poiché essere consci dei tempi andati, con tutte le paure vissute, ha la nobile funzione di educarci a comprendere l’altro, malgrado i diversi ruoli.

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“Anticancro” di David Servan-Schreiber

domenica 11 aprile 2010

L’aggettivo per “Anticancro” di David Servan-Schreiber: illuminante.
Pagine 305, Sperling & Kupfer

È sempre un problema degli altri, finché un giorno… allora la coscienza sbatte contro il muro della precedente indifferenza, sia che il tumore lo abbiate dentro il vostro corpo sia che il cancro abbia colpito un vostro caro. L’argomento entra nell’esistenza di una persona sconvolgendo emozioni, pensieri e ritmi quotidiani.
David Servan-Schreiber è un medico che ha vissuto sulla sua pelle la tragedia di un tumore, una malattia proprio legata al campo di studi nel quale aveva compiuto ricerche per anni. L’effetto fu devastante, dal punto di vista umano e professionale.
L’avvertenza è subito chiara: “I contenuti del volume non possono in alcun caso sostituirsi al parere di un medico, né consentono l’autodiagnosi o la scelta di una cura in particolare”. Il libro parla della paura nel caso di una notizia simile, del significato delle statistiche, dei rischi di eventuali ricadute, dell’alimentazione che sulla base di studi scientifici è ritenuta essere più idonea per la prevenzione di un cancro, del ruolo della mente, ecc. Tutti argomenti che confluiscono nella speranza che un tumore si possa prevenire e/o vincere.

Non è un testo tecnico, probabilmente un oncologo si annoierebbe, ma per la maggior parte delle persone potrebbe rappresentare un insieme di informazioni utili, senza dubbio. C’è molta ignoranza sull’argomento tumori – anche per un’atavica paura del male e della morte –, quindi meglio non pensarci finché non ti capita la situazione, eppure l’ignoranza peggiore forse è la seguente: non capire che lo stile di vita ha un ruolo chiave nello sviluppo di un tumore. Che cosa significa “stile di vita”? Non fumare, non bere, le solite cose che si sanno? No, non è questo, o meglio, non è soltanto questo, c’è molto altro da sapere e David Servan-Schreiber illustra con spirito divulgativo le più recenti scoperte della medicina. L’angiogenesi può e deve essere gestita con intelligenza.
Sostenere che tanto si muore lo stesso, il signor X non beveva e non fumava eppure ha beccato il tumore, o frasi simili, è frutto di ignoranza, forse l’ignoranza peggiore, la quale vorrebbe limitare la conoscenza degli studi scientifici in una grazia o disgrazia del destino o della provvidenza. Chi si limita a sentenziare in tale modo, non sa niente, non ascoltatelo. Se siete voi a essere così, prendetene atto: vivete nell’ignoranza più dannosa, per voi stessi, s’intende.

Non c’è nessuna ricetta certa per prevenire o vincere il tumore, ma una serie di elementi studiati da tempo ha il dono di rendere consapevole il ruolo delle scelte nella vita. È un approccio mentale, anzitutto.
Se avete un tumore, se qualcuno vicino a voi lotta contro un cancro, se pensate che forse è giunto il momento di dedicare alcune ore alla conoscenza di un argomento complesso quanto affascinante, non avete che da leggere “Anticancro” di Servan-Schreiber, un libro illuminante.

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“Io, per fortuna c’ho la camorra” di Sergio Nazzaro

sabato 10 aprile 2010

Di Morgan Palmas

L’aggettivo per “Io, per fortuna c’ho la camorra” di Sergio Nazzaro: inquietante.
Pagine 216, Fazi

Ho riletto il libro di Nazzaro a distanza di due anni dalla prima volta, mi aveva lasciato immagini e argomenti che nel tempo s’erano sedimentati con troppa accettazione. Non so se avete presente i momenti in cui c’è il desiderio di arrabbiarsi, di mettere in moto emozioni negative, forse perché si sta vivendo una fase nella quale si teme la rassegnazione oppure perché si cerca lo scontro con se stessi. Ho rivisto sulla copertina il bambino, il vetro rotto e mi sono detto: ecco il libro giusto.
Ho avuto la fortuna anche di ascoltare Nazzaro quando vivevo a Roma, una persona vivace, intelligentemente ironica. Sulla copertina vi sono alcune parole di Roberto Saviano: “Sei uno di cui mi fido e ne abbiamo vista qualcuna insieme, soltanto chi rischia insieme sa cosa significa questo maledetto lavoro e questa maledetta terra”.

Siamo soliti ascoltare storia di camorra attraverso la televisione o leggendo i quotidiani, fonti che narrano vicende drammatiche di conflitto fra bande rivali o un morto che significa un tentativo di lasciare un messaggio chiaro a qualcuno. Per chi non vive nelle zone in cui la camorra non solo è presente con traffici illeciti ma anche con una presenza indubbia sui territori, è difficile comprendere appieno dinamiche, rituali, timori, sofferenze. Nazzaro narra una giornata in terra di camorra, nella quale ogni ora significa una serie di fatti precisi, a distanza spesso di pochi chilometri. Se non paghi non ti lasciano lavorare; chi muore per pochi euro, nonostante la comunità lo conosca come una persona per bene; amicizie e silenzi che diventono fondamentali per vivere tranquilli; la bassa manovalanza delle pistole che sistema con celerità i problemi che sono ostacoli; sostanze inquinanti che ammalano di tumore migliaia di persone; l’omertà che genera omertà come in un vicolo cieco; la capillarità della presenza sul territorio della camorra grazie all’impiego degli occhi di una quantità smisurata di persone.
Le storie raccontate da Nazzaro conducono a una certezza: le organizzazioni malavitose non hanno alcun motivo di mettersi in contrasto con lo Stato, esso può rappresentare a volte una difesa, a volte un mezzo, a volte una finta illusione per molti. Il nodo è che il sistema è talmente collaudato da tempo che nessuno – pena il sangue – si permette di contrastarlo in alcuni territori, perché non tutti i territori appunto sono uguali. C’è chi è indipendente nel pensiero, c’è chi accetta una sfida pericolosa, ma il muro di gomma è ancora forte, preparato, disposto a qualsiasi cosa pur di non perdere il controllo. Ma la camorra non è solo territorio, l’economia varca i limiti di quelle terra, colpendo anche lontanissimo da Napoli o da Caserta.

Io sono una persona del nord Italia, non vivo e non ho mai vissuto sulla pelle problemi simili, credo che per capire bisogna almeno tentare di conoscere attraverso le storie di chi invece sa, e il libro di Nazzaro, scritto con un periodare coinvolgente, ne è una testimonianza cruda che potrebbe aiutare chiunque, forse anche chi già sa.

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“Che cos’è la letteratura?” di Jean-Paul Sartre

venerdì 9 aprile 2010

Di Morgan Palmas

L’aggettivo per “Che cos’è la letteratura?” di Jean-Paul Sartre: chirurgico (termine rubato a chi sa).
Pagine 573, Il Saggiatore [Traduzioni di Luisa Arano-Cogliati, Anna Del Bo, Oreste Del Buono, Jone Graziani, Augusta Mattioli, Massimo Mauri, Daria Menicanti, Giorgio Monicelli, Edoardo Soprano, Domenico Tarizzo, Gisella Tarizzo].

È stato un parto che ho suddiviso in più giorni, gustandolo con una soddisfazione rara. Sartre è cinicamente lucido, analizza i diversi argomenti scoprendo veli di continuo, creando ponti prima inimmaginabili, scaraventando contro chi legge logiche celate dalla doxa, dall’opinione dei più.
La prima edizione della raccolta di scritti è datata 1960 (la nuova è del 2009) e sarebbe semplicistico tacciare il padre dell’esistenzialismo come superato – curioso leggere le sentenze di alcuni critici contemporanei -, poiché le sorprese del tutto attuali, nonostante il contesto sia diversamente e ulteriormente strutturato, sono frequenti. Ecco, mi piace la seguente parola: frequentare; frequentare Sartre è complesso, è necessario essere dotati di una cultura superiore (in questo purtroppo devo dire che mi sono sentito a disagio non poche volte affrontando il testo), se l’obiettivo è comprendere ogni sua singola proposizione; se invece, con più umiltà, il desiderio è di avvicinare quanto più possibile i propri strumenti critici precari – tentando di produrre significati dentro di noi – alle parole di Sartre, allora il gioco si fa non solo serio, altresì seducente. Egli persuade il lettore, lo accompagna, da quando si interroga su che cosa sia la scrittura alla coscienza dell’artista, passando attraverso tutta una serie di argomenti che trattano con cognizione di causa non solo la letteratura, anche l’arte (per esempio la pittura di Giacometti) o la filosofia (un esempio è “L’amour et l’Occident” di Denis de Rougemont).

“Reclamando per sé e in quanto scrittore la libertà di pensare e di esprimere la sua opinione, l’autore serve necessariamente gli interessi della classe borghese”. Si parla di libertà d’opinione e di ideologia rivoluzionaria. Indipendentemente dalle idee, il punto di vista nostro – anno 2010 – non permette un grossolano momento di requie, lontani come siamo oggi dai conflitti di classe forse dimenticati, perché talune forme di aggregazione fra ruolo dello scrittore e interessi dei plutocrati non sono così mutate nel tempo. C’è di più nelle parole di Sartre, lo sforzo di esaminare il mondo che lo circonda con occhi che cavalcano epoche, di generazione in generazione.

Leggete qui: “Abbiamo detto che lo scrittore si rivolge per principio a tutti gli uomini. Ma, subito dopo, abbiamo precisato che solo pochi lo leggono. Dal divario fra pubblico ideale e pubblico reale è nata l’idea di universalità astratta. Cioè l’autore postula il perpetuo ricostruirsi in un futuro illimitato del piccolo gruppo di lettori di cui dispone nel presente. La gloria letteraria somiglia stranamente all’eterno ritorno di Nietzsche: è una lotta contro la storia”.
Nulla da aggiungere, credo.

Da non perdere “François Mauriac e la libertà” od “Orfeo negro”, pezzi da togliere il fiato per chi ama quei temi, per non parlare della riflessione sull’amicizia con Camus, uno spaccato di vita fra due delle menti che più hanno stimolato negli anni passati il dibattito culturale in Francia e non solo.

Che cos’è la letteratura? di Sartre è un saggio imprescindibile e al medesimo tempo un monito rivolto a tutti noi: “Che cosa speravate nel togliere il bavaglio che chiudeva queste bocche nere? Che intonassero le vostre lodi?”.

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“Cominciare a imparare” di Jiddu Krishnamurti

giovedì 8 aprile 2010

L’aggettivo per “Cominciare a imparare” di Jiddu Krishnamurti: spiazzante.
Pagine 218, Ubaldini Editore [Traduzione di Giuseppe Sardelli]

Non vorrei concentrarmi soltanto sulla narrativa ultracontemporanea, bensì dare voce a pensieri e domande che mi si sparpagliano in testa giorno per giorno, cercando così di seguire, per quanto asistematico, un percorso che mi sembra possieda una qualche motivazione contingente e non casuale. Le “regole” della sfida, per intenderci, le scopro quotidianamente, mutandole se lo ritengo un approccio interessante.
Qualche giorno fa pensavo al rapporto fra sapere dei libri e sapere della vita, fra sapere del singolo e insegnamento. Un flash mi s’è presentato innanzi, allora mi sono alzato dalla poltrona e vagando nella mia piccola libreria ho ripreso in mano un gioiellino che ho deciso di rileggere, mai scelta fu più azzeccata.

Che cosa significa imparare?
“Perché l’educazione non è semplicemente l’acquisto di conoscenze tecniche, ma la comprensione, sensibile e intelligente, dell’intero problema della vita – in cui sono compresi la morte, l’amore, il sesso, la meditazione, il rapporto e anche il conflitto, la collera, la brutalità e tutto il resto – cioè l’intera struttura dell’esistenza umana”.
Krishnamurti nacque nel 1895 e fu considerato per tutta la sua vita – morì nel 1986 – una sorta di guru spirituale, anche se lui non voleva avere epigoni e non si sentiva a capo di nessuna scuola filosofica o religiosa. Celebre in quegli anni in numerosi paesi del mondo, in Italia non fu molto seguito, bene perciò ha fatto Ubaldini Editore a partecipare alla diffusione del suo pensiero pubblicando molte sue opere.
“Cominciare a imparare” è strutturato in due parti: la prima si occupa di una serie di conversazioni informali fra Krishnamurti e gli studenti della Brockwood Park School, nello Hampshire, ancora oggi esistente; la seconda parte invece tratta le conversazioni del filosofo con genitori e insegnanti.
Alcuni temi affrontati sono il senso dell’intelligenza, la disciplina, l’affetto, la bellezza, la condivisione, la realizzazione, il conformismo, la paura, ecc. Domanda e risposta continua, un dialogo itinerante fra i dubbi del filosofo e le sicurezze dei giovani che di fronte alle repliche dell’altro vengono meno, perdono il nucleo sul quale molti pongono la verità.
Non è un saggio tecnico, bensì inserito nella vita, fatti concreti e pensieri che spesso si fanno senza focalizzare l’attenzione, un modo per interrogarsi spiando le interrogazioni vicendevoli altrui.

Se avete la necessità di chiarirvi le idee, tentare di tirare i remi in barca per passare a un altro livello di consapevolezza, un insano desiderio di avere domande e risposte migliori su voi stessi, “Cominciare a imparare” è il libro giusto per voi. Il rischio leggendo le pagine è che si destrutturino tante vostre sicurezze passate, lasciandovi magari disorientati, ma sembra inutile sostenere qui che per imbiancare una camera bisogna intanto portare fuori gli armadi, o quantomeno spostarli. 

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